Borse mondiali a picco
Il postino della crisi
E-u-ri-bor, E-u-ri-bor. Se nascesse di nuovo in questi tempi grami, Ludwig van Beethoven potrebbe riscrivere sol-sol-sol-mi, le prime quattro note della V sinfonia in do minore, usando l’acronimo più noto e minaccioso della crisi finanziaria. Il destino che bussa alla porta, per chi ancora deve pagarsi la casa, si chiama Euro inter bank offered rate.

E-u-ri-bor, E-u-ri-bor. Se nascesse di nuovo in questi tempi grami, Ludwig van Beethoven potrebbe riscrivere sol-sol-sol-mi, le prime quattro note della V sinfonia in do minore, usando l’acronimo più noto e minaccioso della crisi finanziaria. Il destino che bussa alla porta, per chi ancora deve pagarsi la casa, si chiama Euro inter bank offered rate, tasso interbancario di offerta in euro. Il dizionario del “Sole 24 Ore” ci spiega che è il prezzo al quale i depositi vengono scambiati tra le banche primarie, calcolato ogni giorno come media delle transazioni quotidiane. Quello mensile è salito al 5,2 per cento, il livello maggiore degli ultimi quattro anni e ha fatto scattare l’allarme. Non è una quota altissima in assoluto, tuttavia è superiore al tasso di sconto (cioè il prezzo pagato alla banca centrale, il 4,25 per cento in Eurolandia ), e all’inflazione (3,8 per cento l’ultimo dato italiano). Il costo medio dei mutui sale di oltre 60 euro al mese, con un incremento di 60 centesimi in tre settimane. Diventa un’emergenza politica, tanto da dominare sabato il convegno della Confindustria a Capri. Perché?
La crisi spinge le banche a prestarsi denaro a prezzi più elevati. Quando i tempi erano tranquilli si facevano pagare al massimo mezzo punto oltre il tasso di interesse. Ma adesso? Le autorità sostengono che c’è abbastanza liquidità nel sistema, però in caso di emergenza, non tutte le banche hanno capitale sufficiente a sopravvivere. Come abbiamo visto in America e stiamo vedendo in Europa. I banchieri non si fidano l’uno dell’altro. E noi dovremmo fidarci dei banchieri? Il comune correntista che deposita il proprio stipendio ha l’impressione che i quattrini guadagnati con il sudore della fronte siano custoditi gelosamente in caveau superprotetti come nel casinò di Ocean’s eleven. Non è così: solo una piccola quota resta in cassa, il resto vien fatto girare da una parte all’altra; è il fluido che scorre nelle vene del sistema economico. Quando la banca ha bisogno di quattrini si indebita a sua volta, o a brevissimo termine, o a scadenze più lunghe. Il senso economico sta tutto nella differenza tra i tassi di interesse pagati e quelli intascati. In tempi di quiete sono pochi centesimi, ma durante le turbolenze salgono a oltre un punto. Se dalla sfiducia si arrivasse al panico, il limite teorico andrebbe all’infinito.
L’Euribor, dunque, è un segnale per il risparmiatore, per il banchiere, per il governo e l’intera economia. E’ in vigore dal 1999, anno di nascita della moneta unica europea. Insieme con il tasso overnight, conosciuto anch’esso con un curioso acronimo: Eonia, Euro overnight index average. A esso sono agganciati tradizionalmente i mutui a tasso variabile e i derivati. Prima che nascesse l’euro, era la bussola che regolava gli scambi tra le banche. Ora serve per chi opera in valute diverse. Ultimamente, il Libor è finito sotto accusa perché mantenuto troppo basso in modo artificiale, allo scopo di nascondere le tensioni sul mercato dei prestiti, specchio della crisi bancaria. Anche il mercato della moneta interbancaria sarebbe stato manipolato come altri mercati che hanno perso di vista lo scopo per il quale sono nati: stabilire un ragionevole incontro tra domanda e offerta attorno a un prezzo che serve da informazione per tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri.
La preoccupazione sull’impennata di Euribor e Libor è seria, però va depurata dall’effetto tabloid. Prendiamo la tabella di Progetica, la società che ha elaborato le simulazioni pubblicate da tutti i quotidiani. Dallo choc dei subprime a oggi, l’Euribor è passato dal 4,52 al 5,20 per cento. Ma stava già salendo. Nel dicembre 2005 era al 2,44 per cento, un anno dopo al 3,68 ed è cresciuto di un altro punto percentuale nei dodici mesi successivi. Quel che colpisce è l’andamento ascendente della curva non solo il livello assoluto. Se il mercato manda ancora informazioni (più o meno precise), tutto ciò vuol dire che le tensioni creditizie erano cominciate da tempo, frutto di un peggioramento dell’intera economia. Le banche lo sapevano. E avevano già smesso di fidarsi l’una dell’altra. Solo noi ci siamo illusi. O siamo stati presi per il naso. E adesso?
Emma Marcegaglia sabato ha chiesto un intervento dello stato nel sistema bancario, violando un antico dogma confindustriale. “Serve, non ci sono alternative perché altrimenti si rischierebbe di estendere la crisi a tutto il sistema finanziario con impatto inevitabile sull’economia reale”. L’intervento pubblico avrà una gamma di strumenti, dal sollievo per chi vede impennarsi i propri mutui al sostegno dello stato alle banche in difficoltà. Compreso l’ingresso nel loro capitale? Lorenzo Bini Smaghi, rappresentante italiano nel direttorio della Bce, lo ha sollecitato. “Diventando azionista della banca lo stato può rimuovere il management se lo ritiene responsabile. Dopo, la banca può essere rimessa sul mercato”. Oggi si svolge un cda di Unicredit, la prima banca italiana colpita da crisi e speculazione. Si dice che possa varare un aumento di capitale di parecchi miliardi, anche se Profumo nei giorni scorsi lo aveva escluso. Chi lo sottoscriverà? Le fondazioni di Verona e Torino? Gli azionisti tedeschi? O anche il Tesoro attraverso la Cassa depositi e prestiti? Il laboratorio italiano è di nuovo al lavoro.